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Giuseppe Marzari-Pencati

Autore: Biografie Treccani

Da Enciclopedia Treccani –biografia scritta da Luca Ciancio 

 – Nacque a Vicenza il 22 luglio 1779, dal conte Francesco Antonio e da Margherita Teresa dei conti Zorzi; ebbe una sorella minore, Camilla.

La famiglia paterna, di origine siciliana, nel XII secolo si era stabilita a Valdagno e poi a Vicenza, ottenendo il titolo di nobiltà nel 1440 per servigi resi alla Serenissima. Nei secoli successivi aveva dato alla città interessanti figure di giureconsulti, ecclesiastici e letterati.

Sull’infanzia e la prima giovinezza del M. si sa poco. Secondo un biografo (Molon, p. 149), dal 1789 fu alunno del seminario di Padova, una fra le migliori scuole del Veneto, acquistandovi una solida formazione classica. Tornato dopo alcuni anni a Vicenza, seguì lezioni di fisica e storia naturale degli abati A. Pieropan e G.B. Trecco, membri della locale Accademia di agricoltura, sede di studi naturalistici che nella seconda metà del XVIII secolo avevano fatto di Vicenza uno dei principali centri scientifici del Veneto. All’interesse del M. per la ricerca naturalistica concorse il fatto che nella vicina Santorso la famiglia possedeva una villa, nella quale egli incontrò ricercatori quali A. Fortis, G. Festari, N. da Rio, G.B. Brocchi e A. Parolini. La villa fu base per le sue esplorazioni del monte Summano, apprezzato per la ricchezza floristica.

Dal 1798 il giovane M. estese gradualmente le indagini botaniche all’intero territorio vicentino, dai colli Berici alle Prealpi; poté così pubblicare un Elenco delle piante spontanee osservate nel territorio di Vicenza (Milano 1802), bene accolto da naturalisti come P. Arduino e G.A. Bonato.

Oltre a descrivere la flora locale secondo la nomenclatura linneana, integrata da quella di J.-B. de Lamarck, il M. svolse interessanti considerazioni biogeografiche e climatiche ispirate alla Flore françoise (Paris 1778) dello stesso Lamarck, soffermandosi sul valore terapeutico ed economico di certe specie. Nell’interesse per le applicazioni utili rientrano ricerche avviate nel 1801 sulla commestibilità di alcune piante, sfociate nella proposta di raccogliere e coltivare il lichene come integratore della dieta delle popolazioni della montagna veneta esposte alla carestia. Una Memoria sull’introduzione del lichene islandese come alimento in Italia, frutto di tali studi, apparve solo nel 1815 a Venezia.

Morto il padre (1801), il M. si recò a Parigi per ampliare le proprie conoscenze a contatto con i massimi naturalisti del tempo. Dalla primavera del 1802 fu assiduo alle lezioni nell’Athénée e nel Muséum national d’histoire naturelle.

Seguì corsi di mineralogia, geologia, chimica, zoologia degli invertebrati. Suoi appunti di un corso di paleontologia e anatomia comparata di G. Cuvier (Corso di geologia all’Ateneo nel 1805) testimoniano l’opposizione di Cuvier al trasformismo di Lamarck. La stima per il M. dei savants parigini – che ne apprezzarono l’acume e il talento per l’osservazione – gli fece incontrare personalità come A. von Humboldt, A.-L. de Jussieu, L. von Buch, J.C. Delamétherie, L. Cordier. Il soggiorno in Francia si rivelò decisivo per ampliare le sue competenze. Tuttavia il contatto con studiosi per lo più aderenti alla geognosia di A.G. Werner non lo indusse ad abbandonare le convinzioni plutoniste tratte dalle opere di A.L. Moro, G. Arduino, Fortis e J. Hutton, come conferma il suo sodalizio con B. Faujas de Saint-Fond, professore di geologia al Muséum, tra i pochi avversari del wernerismo trionfante. Escursioni geologiche compiute su istanza di Faujas in regioni di vulcanismo estinto come l’Alvernia (maggio 1804) e il Vivarese (settembre 1804) rafforzarono il suo anticonformismo. L’entusiasmo per la geologia non gli impedì tuttavia di svolgere ricerche originali e significative in botanica. Ebbe accesso al Jardin des plantes e al giardino botanico di Joséphine Beauharnais, moglie di Napoleone Bonaparte; vi studiò il sonno delle piante, cui dedicò una memoria corredata da numerose incisioni di A. Garbizza e F.-N. Sellier, rimasta inedita (pubblicò solo una Breve notizia intorno l’orto botanico di madame Bonaparte, in Giorn. dell’italiana letteratura, s.1, 1803, vol. 5, pp. 180 s.). Una Memoria sulla vegetazione comparata delle montagne, scritta a Parigi nel gennaio 1805 sul tema humboldtiano della fitogeografia, si conserva, come la precedente, presso la Biblioteca civica Bertoliana di Vicenza.

Tornando in Italia (settembre-ottobre 1805), il M. compì altre osservazioni geologiche sulle controverse formazioni basaltiche colonnari. Incaricato da Cordier e J.H. Hassenfratz di rilevare mappa e profili del monte Coiron, aggiunse osservazioni e disegni su altre località della Provenza e della Liguria (v. Corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria d’Occidente, Vicenza 1806); l’adesione al plutonismo di Faujas contribuì a relegarlo in una posizione minoritaria tra i geologi. Rientrato a Vicenza, accompagnò Faujas, suo ospite fino al febbraio 1806, nelle località classiche della geologia del Vicentino, cercando conferme dell’origine ignea delle rocce cristalline, enunciata da G. Arduino fin dal 1760. Tuttavia le competenze acquisite in Francia e la stima di personalità della Milano napoleonica, come P. Custodi e P. Moscati, lo fecero coinvolgere nelle iniziative di prospezione mineraria che, dal 1808, avrebbero fatto capo al neocostituito Consiglio delle miniere.

Nel 1807 il M. fu tra gli incaricati dal viceré Eugène Beauharnais della statistica mineralogica del Regno Italico: tra 1808 e 1809 completò quella dei dipartimenti del Brenta e del Bacchiglione; tra 1810 e 1811 quella del Serio. Le relative serie litologiche, provviste di catalogo, cartografia, sezioni stratigrafiche e descrizione degli esemplari, inviate ai gabinetti scientifici del Consiglio delle miniere e delle Università del Regno (Pavia, Bologna, Padova), risultano disperse. Per le esigenze della prospezione mineralogica nel 1808 il M. ideò un nuovo strumento geodetico, il tachigonimetro, che consentiva di calcolare e registrare visivamente gli elementi metrici di una geomorfologia. Realizzato a Bergamo nella primavera del 1810 con l’aiuto di docenti e artigiani locali, lo strumento fu insignito l’anno seguente di una medaglia d’oro dell’Istituto lombardo di scienze e lettere, e l’autore ne pubblicò una descrizione (Descrizione del tachigonimetro, nuovo stromento geodetico, Milano 1811).

Nuovi obblighi di ispettore delle miniere (1812) non posero fine agli studi del M. sulla geologia vicentina, e in particolare sulla stratigrafia degli Euganei (1813); durante le prospezioni mineralogiche nelle Dolomiti orientali (Valle dell’Adige, Val d’Astico, Vallarsa, Valsugana) incontrò collezionisti trentini come il barone V.F. de Taxis e F. Facchini. La caduta del regime napoleonico e la soppressione del Consiglio delle miniere (1814) non interruppero le sue ricerche; continuò a viaggiare nelle Alpi fino al 1818, quando il governo lombardo-veneto lo nominò consigliere per gli Affari montani e ispettore generale delle miniere.

La vita privata del M., tornato a risiedere a Vicenza, fu apparentemente priva di avvenimenti significativi. Non si sposò, e visse con la madre e la sorella, alle quali era molto legato. Tranne che nelle parentesi 1807-10 e 1812-14 visse delle rendite del patrimonio familiare; la nuova nomina nel 1818 gli portò una pensione di 1500 fiorini, ma non risulta se si trattò di concessione permanente. Testimonianze contemporanee alludono a bizzarrie nel modo di vestire e nel comportamento in società e a un carattere incline alla depressione; convinto delle proprie idee, mal tollerava il dissenso ed entrò in contrasti che mantenne a lungo. Questo creò un’immagine di durezza, smentita da coloro che gli furono vicini, e alla quale poterono contribuire una salute poco stabile fin dalla gioventù e frequenti cefalee. A ciò corrispose una presenza nella rete delle accademie inferiore a quella ipotizzabile in base alla sua notorietà e attività (fuori Vicenza risulta solo l’associazione, nel 1805, alla Société de physique et d’histoire naturelle di Ginevra).

Il nuovo incarico diede rinnovato impulso alle sue ricerche. Deciso a studiare la giacitura anomala dei porfidi atesini, osservata in Tirolo nel 1806 e di nuovo nel 1810, in tre lunghe escursioni nell’area dolomitica (settembre 1818 - novembre 1819) esaminò i dintorni di Predazzo, compiendo un’osservazione decisiva: contro quanto previsto dalle teorie di Werner, in località Canzoccoli il granito si presentava sovrapposto alle rocce calcaree stratificate.

Questo fatto, se presente anche altrove, poteva provare che tale roccia non era esclusiva delle età più antiche ma poteva essersi generata anche dopo la sedimentazione marina che aveva dato origine ai calcari, minando così la sequenza stratigrafica werneriana e la teoria chimico-mineralogica su cui si fondava (genesi delle formazioni rocciose per cristallizzazione acquea). Il M. comunicò dapprima la scoperta solo a colleghi fidati, fra cui in particolare il già affermato G.B. Brocchi (cfr. Squarcio di lettera del sig conte Marzari al sig Brocchi, intorno ad alcune osservazioni mineralogiche fatte ne’ colli Vicentini, in Biblioteca italiana, II [1817], vol. 8, p. 522). Poi, però, temendo di vedere svanire la novità e il merito delle osservazioni, decise di pubblicarle. Nel novembre 1819 dette alle stampe a Vicenza la densa memoria Cenni geologici e litologici sulle provincie venete e sul Tirolo, cui seguì un complemento (Notizie sopra un granito in massa sovrapposto [sul fiume Avisio], in giacimento discordante, al calcare secondario, suppl. al Nuovo Osservatore veneziano, 1820, nn. 118 e 127, pp. 1-6).

Tali pubblicazioni, pur se brevi e incomplete, costituiscono uno dei principali contributi italiani alla geologia dell’Ottocento. Benché ignorate anche nelle più aggiornate storie della disciplina, ebbero un impatto rilevante, sebbene oscurate da circostanze varie, inclusa la scarsa chiarezza della scrittura del M., dovuta ad ampie e continue digressioni. Le sue osservazioni di maggior peso, su una vasta area del Tirolo sudorientale, riguardarono l’effettiva collocazione, nella colonna stratigrafica, del porfido e del granito: rocce che, se cristalline e dunque primitive, dovevano necessariamente soggiacere a quelle non cristalline (oggi si direbbe sedimentarie). Dall’esame di molti affioramenti il M. dedusse che il supporto di tutta l’area era una roccia porfiritica («porfido euritico quarzoso»), che, essendo sovrapposta alla Grauwacke – che i werneriani consideravano di transizione, cioè successiva alla genesi del granito e del porfido – doveva essersi formata anch’essa nel periodo di transizione. Infatti l’esplorazione aveva escluso che quel porfido fosse stratificato, e con ciò la sua origine sedimentaria. Ma l’osservazione più dirompente riguardava rocce sovrapposte agli strati calcarei secondari: in località Canzoccoli, sulla destra del fiume Avisio e presso Predazzo, egli trovò del granito – la più antica delle rocce primitive – sovrapposto sia alle rocce di transizione sia alle secondarie (calcare alpino e del Giura); lo chiamò «terziario», perché nella stratigrafia occupava la posizione che avrebbero dovuto avere i depositi marini più recenti. Infine, notò che il calcare alpino sottoposto al granito terziario presentava, nell’area di contatto con il granito, una modifica della grana che si spingeva in profondità, facendolo sembrare un marmo. Venivano meno presupposti radicati: il porfido non poteva più essere considerato una roccia solo primitiva; esisteva un porfido di transizione, non risultante da sedimentazione, che la struttura cristallina e la giacitura in massa rendevano in tutto simile alle rocce primitive; la metamorfizzazione dei calcari sottostanti al granito terziario era da attribuire ai caratteri fisico-chimici di quel granito, ossia alla sua originaria fluidità ignea.

Le clamorose novità annunciate nelle due memorie del 1819 e 1820 non ebbero la risonanza sperata dall’autore. Pertanto, nel gennaio 1821 l’amico G.C. Malacarne pubblicò nella Biblioteca italiana (VI [1821], vol. 21, pp. 370-400) una lunga lettera a I. Isimbardi, che presentava in forma chiara e sintetica i risultati principali ottenuti dal Marzari Pencati. Nel gennaio-febbraio dello stesso anno S. Breislak, in una memoria (Sulla giacitura di alcune rocce porfiritiche e granitose osservate nel Tirolo, Milano 1821), mise in risalto le difficoltà create dalle osservazioni del M. all’ortodossia werneriana. Una traduzione francese di quest’ultima memoria nell’autorevole Journal de physique (XCIII [1821], pp. 181-193, 247-271) diede alle scoperte del M. la diffusione che meritavano. Fin verso il 1825 i principali periodici scientifici italiani ed esteri offrirono ampio risalto alla questione, con interventi dell’autore e dei critici, commenti redazionali e recensioni di opere concernenti il dibattito. Il M. intervenne ripetutamente per precisare le sue opinioni, ma in modo confuso e frammentario, senza aggiungere elementi nuovi a quanto sostenuto nel 1819-20.

Altri lavori da lui editi furono: Squarcio di lettera… al signor Brocchi, intorno alla matrice dei giacinti di Lonedo nel Vicentino nuovamente discoperta, in Biblioteca italiana, II (1817), vol. 7, pp. 347 s.; Squarcio di lettera scritta… al sig. Brocchi, intorno ai giacinti di Lonedo, ibid., III (1818), vol. 9, p. 104; Avviso. Squarcio d’una lettera inedita, nella quale parlasi della giacitura del monte Cimadasta, e degli altri terreni cristallizzati terziarj posti fra il Grigno ed il Cismon. Lettera al signor Cordier. Seconda lettera al professore Cordier, Vicenza 1822; Extrait d’une lettre de Joseph Marzari Pencati à Alberto Parolini, sur le gissement de mont Cimadasta et sur les autres terrains cristallisés tertiaires situés entre le Grigno et le Cismon, in Journal de physique, XCIV (1822), pp. 316-320; Sur les granits dits tertiaires, observés en Tyrol, in Bulletin de la Société philomathique de Paris, s. 3, 1822, vol. 9, pp. 55 s.; Porzioni della lettera geologica diretta a Giuseppe Dembsher e della sua introduzione, Vicenza 1823; Sulla sovrapposizione delle rocce di transizione di Werner al calcare secondario…, in Giorn. di fisica, chimica e storia naturale, VII (1824), 5° bimestre, pp. 377-386 (trad. francese, in Bulletin des sciences naturelles et de géologie, VI [1825], pp. 164-167); Epilogo di alcune Memorie geologiche del co. Marzari-Pencati ed esposizione delle nuove dottrine del medesimo, in Giorn. di fisica, chimica e storia naturale, VII (1824), 5, pp. 450-479; Schizzo antistenoniano, Vicenza 1824; Quadro delle formazioni che serve d’indice all’Essai géognostique sur le gisement des roches dans les deux hemisphères del sig. barone di Humboldt, ibid. 1825; Illustrazioni della geognosia tecnologica d’Arduini, ibid. 1833.

Numerosi e straordinariamente densi furono gli interventi di sostenitori e avversari, italiani e stranieri. Secondo un commentatore autorevole, F. von Richthofen, gli anni 1821-23 furono «tra i più ricchi di conseguenze per lo sviluppo della geologia» (Geognostiche Beschreibung der Umgegend von Predazzo, Sanct Cassian und der Seisser Alpe in Süd-Tyrol, Gotha 1860, p. 8).

I werneriani ortodossi non accettarono subito le osservazioni del Marzari Pencati. Per contrastarle L. von Buch mise in gioco tutta la sua autorevolezza, coinvolgendo Humboldt: dapprima mise in dubbio la credibilità del M., ma ben presto dovette elaborare un’interpretazione del sito di Canzoccoli che ne limitasse gli effetti sulla geognosia werneriana. Infine, nel 1825, accettò la sostanza delle osservazioni del M., pur senza riconoscerne i meriti. Queste reazioni incerte dei massimi geologi di lingua tedesca accrebbero in Europa l’interesse per la struttura delle valli di Fiemme e Fassa: in sintesi, il dibattito fino ai primi anni Trenta contribuì a trasformare radicalmente la geognosia werneriana, integrando per gradi l’approccio litostratigrafico iniziale con quello paleostratigrafico francese e britannico. Astraendo dai toni rivendicativi, si può concordare con chi (T.A. Catullo, L. Pasini, G. Meneghini) vide nel M. il «restauratore» della lezione di G. Arduino e Fortis, oscurata dal predominio quasi assoluto delle ipotesi nettunistiche che ebbero corso tra il 1780 circa e la morte di Werner (1817). In tale prospettiva i meriti del M. consistettero nel minare il dogma della sequenza stratigrafica universale dei werneriani e la loro spiegazione della genesi chimica delle formazioni. Nel contempo, il danno recato alla loro egemonia l’avrebbe fatto emarginare dalla comunità geologica internazionale. Tali interpretazioni rimangono plausibili e sono confermate nella sostanza dalla documentazione edita e inedita.

Dal canto suo il M., fino al 1823, pubblicò nuove osservazioni a sostegno del «nuovo principio teorico» della «sovrapposizione d’una parte delle nostre rocce cristallizzate al calcare» (Porzioni della lettera geologica…, cit., p. 9). In seguito, fino agli interventi polemici dei primi anni Trenta apparsi ne Il Poligrafo, cessò di fornire dati osservativi nuovi, preferendo cercare elementi congruenti con le sue scoperte in opere geologiche del passato.

Si vedano: Comento di una mappa, e dell’appendice di una Gazzetta, ad Ambrogio Fusinieri, in Il Poligrafo, X (1831), pp. 335-344; Omaggio di alcune osservazioni che non favoriscono i sollevamenti…, Vicenza 1832; e in Il Poligrafo, XI (1832), pp. 174-202; Centone a mio unico uso, Vicenza 1832; Centone del 1833, ibid. 1833; Centone di non ottimati e scorretti tentonamenti, ibid. 1833; Allegati geognostici contro le assurde soppressioni e gli assurdi sollevamenti, in Il Poligrafo, XII (1833), pp. 115-128; Poscritti primo e secondo agli Allegati geognostici, Vicenza 1833; e in Il Poligrafo, XIII (1833), pp. 129-174.

Questo atteggiamento di progressiva chiusura e recriminazione, attenuato dalla frequentazione nel Gabinetto di lettura di Vicenza e dall’amicizia di Pasini (nella cui formazione il rapporto con il M. fu centrale), lo accompagnò per il resto dei suoi giorni.

Il M. morì a Vicenza il 30 giugno 1836.

Fonti e Bibl.: La raccolta mineralogica del M., passata nel 1841 nel Museo civico di Vicenza, è andata distrutta nel secondo conflitto mondiale. L’archivio e gran parte dell’epistolario sono conservati in Vicenza, Biblioteca civica Bertoliana, Carte Marzari Pencati (13 faldoni [Scienze, 28-40] con migliaia di pagine di contenuto soprattutto naturalistico e geomineralogico: abbozzi degli editi, taccuini e appunti, disegni e mappe, estratti e traduzioni di opere altrui, minute di lettere).