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Giuseppe De Lorenzo

Autore: Delmastro A., Gallo L. M., Pistarino A., Tomalino M. U.

In suo onore venne denominato il minerale Delorenzite (TANTAEUXENITE-(Y)).

Geologo, paletnologo e paleontologo, ma anche filosofo e poeta italiano. Oltre alle varie discipline legate alla geologia e alla mineralogia, si occupò anche di filosofia, di religione, di arte e di letteratura. Si appassionò anche alla geografia, alla botanica ed all’astronomia. Di lui si scrisse essere “per alcuni, uno scienziato prestato alla letteratura ed alla filosofia; per altri, un letterato e filosofo prestato alla scienza”. Giovanissimo pubblicò Osservazioni geologiche nei dintorni di Lagonegro, terra legata alle sue origini. Fu professore di geografia fisica (dal 1907) e di geologia (dal 1925 al 1945) all’Università di Napoli. Si dedicò principalmente ad illustrare la geologia stratigrafica, la tettonica e la morfologia dell'Italia meridionale. Si interessò a lungo alle cause del vulcanesimo, e compì escursioni sul Vesuvio, sull’Etna, sul Vulture. Studiò i fenomeni delle solfatare di Pozzuoli, delle fumarole, delle mofete e delle putizze dei campi Flegrei e delle sorgenti termali di Agnano. Tra le sue opere più note Le montagne mesozoiche di Lagonegro (1894), Studi di geologia nell'Appennino meridionale (1896), Geologia e geografia fisica dell'Italia meridionale (1904) e L'Elephas antiquus nell'Italia meridionale (1927). Pubblicò anche varie monografie a carattere divulgativo quali Campania (1936), Lucania (1937), Venosa e la Regione del Vulture (1906), Guardando da Potenza (1907), L’Etna (1907), L’isola di Capri (1907), I campi Flegrei (1909), Il Vesuvio, (1931). Dai suoi studi di filosofia e di storia della letteratura ebbero origine altri trentadue saggi e volumi. Si occupò a lungo anche di indologia, contribuendo alla conoscenza del buddismo in Italia. Dopo il pensionamento continuò ancora a collaborare con l’Istituto Orientale di Napoli. La sua fama di scienziato, ma anche di filosofo, linguista e letterato, nella prima metà del ‘900, superò di gran lunga i confini nazionali, raggiungendo le grandi capitali europee, ma anche la Russia, il Tibet e il Giappone. 

Dal sito: http://www.payer.de/neobuddhismus/neobud1101.htm

"GIUSEPPE DE LORENZO : Scienziato Filosofo e Poeta - di Francesco Sernia 

Scienza e letteratura. Un binomio insolito e lo è ancor di più quando il poeta è anche un insigne scienziato. Come Giuseppe De Lorenzo, geologo e naturalista che amava le lettere e andava anche oltre: s’intendeva di arte e ricamava con il pensiero. Per alcuni, uno scienziato prestato alla letteratura e alla filosofia; per altri, un letterato e filosofo prestato alla scienza. In ogni modo, fu certamente un uomo dall’animo raffinato, una mente poliedrica.

Un genio del Novecento italiano ed europeo, conosciuto ed apprezzato fin nel lontano Giappone, misconosciuto nella sua terra natale, la Lucania. A Lagonegro, dove nacque, una volta c’era una targa di pietra che lo ricordava. Fu posta dalla Società Geologica Italiana, nel 1957, tre mesi dopo la morte di De Lorenzo. Faceva bella mostra di sé nei pressi del ponte Cararuncedde, sulla statale 19 delle Calabrie, la strada che collegava Salerno a Reggio. Poi, fu costruito un nuovo tracciato della strada e si sfondò la montagna perché una galleria l’attraversasse. La targa fu frantumata e i pezzi dispersi. Nessuno sa dove siano. La Società Geologica Italiana non ha però dimenticato il suo grande socio. E di tanto in tanto, attraverso convegni e seminari di studio, ne celebra le gesta letterarie, filosofiche e scientifiche.

De Lorenzo non aveva che ventuno anni quando pubblicò, sulla rivista dell’Accademia dei Lincei, le Osservazioni geologiche nei dintorni di Lagonegro. Un lavoro sulla regione compresa fra il Vallo di Diano e il massiccio del Pollino. Ne estrapoliamo un brano:

"Qui le cause orogenetiche hanno innalzato al cielo i superbi colossi, ammantati di neve l’inverno, profumati dai fiori l’estate, slanciando in curve maestose le rigide rocce, stipando in pieghe fittissime gli strati argillosi, spezzando e spostando masse enormi di materiale sedimentario, mentre l’acqua e l’aria, nei loro componenti e nelle loro modificazioni, lavorano quietamente e incessantemente a modellare da artefici puri quello che l’orogenesi ha grandiosamente abbozzato. Effetto mirabile di questo avvicendarsi di forze è il paesaggio che, se può colpire nei suoi lineamenti superficiali l’occhio di chiunque ha sentimento estetico, solo però all’occhio e alla mente del geologo rivela le sue sfumature più delicate, le sue linee più ardite, i suoi mirabili toni di forma e di colore. Pel geologo ogni abisso pauroso, ogni musicale cascata, ogni morbida collina ha un significato, un’intenzione, una vita speciale, verginalmente nascosta all’occhio dei profani, e pel geologo, che vi abbia studiato, il paesaggio dei dintorni di Lagonegro costituisce un quadro di meravigliosa fattura, le cui singole parti concorrono a formare un corpo armonioso, vibrante di un’onda caldissima di vita".

Un esordio scientifico di grande efficacia letteraria che sarebbe piaciuto anche ad Orazio di cui De Lorenzo era fervido ammiratore. Fossero stati coevi al tempo di Roma, Mecenate avrebbe aiutato anche il giovane scienziato come fece col figlio del liberto venosino.Se il preambolo del suo primo lavoro era lirico, il contenuto risultava ricco di notazioni rigorose e di osservazioni scrupolose. Il tutto reso in una prosa bella da leggere e perciò efficace e divulgativa insieme. Seguirono altri studi su Lagonegro e dintorni. Una mezza dozzina di pubblicazioni che contribuirono a fare luce sulla formazione, nei millenni, di una parte importante dell’Appennino meridionale, complicata da analizzare e interessante da studiare.

Prima di scrivere De Lorenzo era solito girovagare in lungo e in largo per le zone oggetto dei suoi studi. Quando si occupava di geologia cresceva forte in lui il bisogno di "sentire" la materia, di toccarla, di padroneggiarla fisicamente. Aveva percorso, solitario esploratore, le aree più interne e più sconosciute del comprensorio di Lagonegro. Passeggiava, guardava, osservava, raccoglieva pietre e sedimenti. Si sedeva sulle rocce sotto le quali sprofondavano gli orridi montani. Si riposava sdraiandosi sull’erba dei pianori. Liberava il pensiero e, prima di prendere appunti, si lasciava andare alla speculazione filosofica, cercando incessantemente il tratto che unifica spirito e materia. Esplorare, una grande passione. Un bisogno, spesso. Così, per soddisfarlo De Lorenzo cominciò anche a viaggiare. Se ne andò lontano dalla sua terra. Utilizzò buona parte degli anni migliori per conoscere nuove genti, per imparare altri usi, per capire e raccontare altri costumi, per comprendere e analizzare altre filosofie di vita. Aveva trent’anni, pochi soldi e due scarpe robuste.

Viaggiò. Come fece Marco Polo. Prese ad est. La magica via d’Oriente. Alla ricerca del mai visto, alla ricerca di una parte di sé, di quella parte che non tocca mai terra e non può essere confinata nelle viscere dei vulcani, o rinchiusa nei sedimenti planetari. Viaggiò. Penetrò in nuovi paesi, solcò mari ben più grandi di quello che bagna il golfo di Policastro. Conobbe gente poverissima e straordinariamente ricca, ignoranti senza futuro e persone coltissime senza boria e prosopopea. Fu affascinato dalla natura che si presentava ai suoi occhi. Salì ben oltre i duemilacinque metri del padre Sirino, l’immensa montagna che riempiva la sua infanzia. Si spinse ben più su, ben più su. Oltre i quattromila. Oltre i cinquemila. Oltre i seimila. E voleva proseguire ancora, ma il corpo si rifiutò -non lo spirito- di portarlo sul tetto del mondo. Attraversò la valle del Tibet, sforzandosi di andare sempre più in alto con lo sguardo, per giungere a posare l’occhio sulle cuspidi oltre gli ottomila che gli sfilavano davanti, come una possente, immensa processione bianca. Quant’era piccolo il padre Sirino al cospetto di quei giganti imbiancati.

Giuseppe Giovanni Angelo de Lorenzo nacque a Lagonegro nel 1871, il 24 aprile. La madre, Carolina Rinaldi, era di famiglia agiata che fin dai tempi di Napoleone gestiva un’impresa per il trattamento delle stoffe, una gualchiera, e un mulino nei pressi del torrente Serra. Suo padre, Lorenzo, era impiegato dell’ufficio telegrafico del paese.

Giuseppe prima di imparare a camminare andava carponi, si muoveva a quattro zampe, a contatto pieno con la terra: guardava, toccava, osservava, palpava e afferrava gli oggetti. Un giorno, in braccio al padre, percorreva a cavallo la mulattiera che portava a Maratea e, per la prima volta nella sua vita, vide il mare. Dopo qualche anno raccontò così questo viaggio:

…ai miei occhi apparve una cosa nuova, mirabile, portentosa che è rimasta poi nella mia mente indelebilmente impressa con l’immagine di quella prima visione: una distesa infinita, cerulea, che in suo giro lontano confinava col cielo: il mare, e all’orizzonte un cono: "Ecco lo Stromboli" disse mio padre, e cercò di spiegarmi quella essere una montagna cinta dal mare, la quale dalla sommità caccia fuoco e fumo. Il suo nome… e l’idea di quel fuoco sotterraneo, acceso tra mare e cielo, destava in me una sorpresa estatica, uno stupore, un’ammirazione grandissima.

A tredici anni Giuseppe perse il padre. La madre, amatissima, era scomparsa sette anni prima. Si trovò da solo. Fu aiutato da amici di famiglia cui rimase molto legato. L’inclinazione per le ricerche naturalistiche e geologiche cominciava già a farsi strada. Ma pur seguendo la sua passione scientifica, non tralasciò mai gli studi di approfondimento delle antiche civiltà, delle lingue classiche, della letteratura italiana e internazionale, delle discipline storiche e filosofiche. Quella visione del mare e dello Stromboli non l’abbandonava. Voleva capire. E ancora studente, per osservare cosa fosse un vulcano attivo e spento, salì più volte sul Vesuvio, ascese all’Etna, si recò sul Vulture, cercò di spiegarsi i fenomeni delle solfatare e delle stufe di Pozzuoli, delle fumarole, delle mofete e delle putizze dei campi Flegrei, delle sorgenti termali di Agnano. Cercò di comprendere le cause del vulcanismo. Scrisse ventotto libri sull’argomento. E sintetizzò il suo pensiero nel volume "Terra madre" pubblicato a Bologna, da Zanichelli, nel 1920.

Si laureò in Scienze naturali nel 1894, a Napoli, col massimo dei voti e con la lode. Aveva ventitré anni. Subito cominciò a pubblicare i suoi lavori. Un fiume. Tutti molto apprezzati dalla comunità scientifica.

Giustino Fortunato, di casa a Napoli e nell’Università fondata da Federico II, si accorse del giovane genio, suo conterraneo. Volle conoscerlo. Lo invitò nel suo salotto insieme con quello di Benedetto Croce, molto frequentato dai nobili e dagli intellettuali partenopei. Lo apprezzò ancora di più. De Lorenzo si appassionò alla terra avita di Don Giustino. E cominciò a studiare, da par suo, la natura vulcanica di quelle plaghe fra Lucania e Puglia. Nel 1899 pubblicò una monografia: Studio geologico del Monte Vulture. Rigorosa sotto l’aspetto scientifico, bellissima nella prosa. Inizia così:

"Chi scende dai nudi sassi dello scabro Appennino verso l’Apulia siticulosa, vede sull’orizzonte sorgere isolata e superba una montagna, che, nell’armonica semplicità delle sue linee, rivela un’origine del tutto diversa da quella dei monti, che le s’innalzano aspri di contro, e dei colli che si allungano con dolci ondeggiamenti alle sue falde. Ed infatti quella montagna, il Vulture, è un estinto vulcano, che nella pace dei boschi e dei campi e tra il murmure delle acque musicali già da tempo immemorabile dorme il suo sonno secolare".

Alla pubblicazione dell’opera non mancarono i calorosi complimenti di don Giustino e don Benedetto. Proseguì per la strada intrapresa e, ancora giovanissimo, fece due sensazionali scoperte: l’una riguardante l’esistenza di terreni triassici in Lucania, l’altra relativa alla presenza di morene glaciali nel gruppo del monte Sirino.

De Lorenzo si appassionò anche alla matematica, alla mineralogia, alla botanica, alla paleontologia, alla petrografia, all’astronomia. Lesse. Viaggiò con i libri, al Polo nord e al Polo sud. La fantasia lo portò nelle impenetrabili plaghe africane, nelle misteriose contrade dell’America settentrionale.

Pubblicò monografie interessanti e ben illustrate a carattere divulgativo. (Scrisse: Campania, TCI, Milano, 1936; Lucania, TCI, Milano 1937; Venosa e la Regione del Vulture, Ist. It. D’Arti Grafiche Bergamo, 1906; Guardando da Potenza, Potenza, 1907; L’Etna, Bergamo 1907; L’isola di Capri, Roma, 1907; I campi Flegrei, Bergamo, 1909; Il Vesuvio, Bergamo 1931.)

Scienza e filosofia si fusero ben presto nel genio ormai maturo di Lagonegro. De Lorenzo lesse e analizzò il pensiero di Talete, Empedocle, Eraclito, Democrito, Aristotele, Epicuro, Lucrezio, filosofi dell’antichità che cercarono di scoprire e spiegare il mistero della natura. Poi fu la volta di Giordano Giuseppe De Lorenzo Bruno e Leonardo da Vinci. Lesse e studiò Kant, Schopenhauer, Spencer. Ma l’incontro che diede una svolta formidabile alla vita di de Lorenzo fu quello con il geologo tedesco Emilio Bose. Percorreva con il collega le strade della Calabria e della Basilicata. Discutevano di scienza. Bose gli parlava anche di un indologo austriaco che stava traducendo alcuni libri che raccontavano delle opere di Buddha. De Lorenzo ne rimase colpito. Fece di tutto per conoscere l’Austriaco. Strinse amicizia con Karl Eugen Neuman, così si chiamava lo studioso dell’India. Trascorse con lui alcuni giorni a Vienna e sul Danubio, nel golfo di Napoli e a Lagonegro. Girarono per le montagne dell’Italia meridionale, e lavorarono insieme alla traduzione dei discorsi attribuiti a Buddha.

Oltre alle lingue europee che parlava perfettamente, De Lorenzo cominciò a studiare la lingua Pali e il Sanscrito. Si dedicò allo studio della filosofia e delle religioni orientali. Pubblicò una serie di articoli e di saggi per far conoscere in Italia e in Europa la dottrina di Buddha. "È questa una dottrina" sosteneva, "con la quale l’uomo può dare la soluzione al problema del dolore universale". Infine abbracciò il Buddismo, in modo totalizzante, come soltanto un uomo determinato e ricco di interessi e di passioni come lui poteva fare. Da quel momento anche nelle opere di carattere geologico e scientifico di De Lorenzo l’eco dello spirito di Buddha sarà sempre presente. Il riferirsi continuo alla filosofia orientale (cui non riconosceva un vero carattere di religione) moltiplicò la sua forza interiore. Si mise a studiare i geni dell’Occidente, da lui definiti "maestri di sapienza": Platone, Lucrezio, Dante, Bruno, Leonardo, Shakespeare ("il più grande dei poeti"), Goethe, Schopenauer, Leopardi, Nietsche. Trentadue pubblicazioni, nel giro di quattro, cinque anni, partorì da questi studi.

Nel 1941 De Lorenzo fu collocato a riposo, ma la Facoltà di Scienze e l’Istituto orientale di Napoli non rinunciarono alla sua preziosa opera didattica. Che lo scienziato offrì con la consueta generosità. La guerra, però, la guerra mondiale e le immense rovine che lasciava dietro di sé lo coinvolgevano notevolmente. Il filosofo, lo scienziato, il letterato De Lorenzo si chiudeva in se stesso e sempre più spesso si rifugiava nella contemplazione della natura. Nel ‘45 il Giappone si arrese senza condizioni, dopo le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Orrore degli orrori. Un episodio che lo sconvolse e che gli fece scrivere:

"Ritirandomi, quindi, sempre più in me, trovo che la migliore luce del mio spirito m’è venuta dalla dottrina del Buddha Sakyamuni; la quale ha proclamato che nel mondo "arcano è tutto, fuor che il nostro dolor" e ne ha indicato, come Gesù, la via della salvazione. Non posso, quindi, che ripetere quel che ho scritto nell’introduzione agli "ultimi giorni di Gotamo Buddho" che cioè, quella dottrina è stata per più di mezzo secolo il conforto della mia vita e sarà, mi auguro, la consolazione della mia morte".

Continuò a studiare, a scrivere, attività che considerava una vera e propria catarsi spirituale. Pubblicò nell’arco della sua intensa vita 250 opere.

Giuseppe Giovanni Angelo De Lorenzo, colui che aveva fatto conoscere nella prima metà del Novecento, in tutto il mondo, un paese sperso fra gli orridi dell’Appennino meridionale, chiamato Lagonegro, e una negletta regione chiamata Lucania, morì a Napoli, sua città d’adozione, il 27 giugno 1957. Da Mosca a Tokyo, da Londra a Parigi, da Vienna a Berlino a Stoccolma e Katmandu, era considerato un grande maestro di scienza, letteratura e filosofia. A Napoli, nell’Università Federico Secondo, la sua fama in vita fu immensa. Tutti ammiravano il Professore di Lagonegro. Il maestro che, con elegante e semplice linguaggio, rendeva facili gli argomenti più ostici, lo studioso che, con la ricchezza delle citazioni classiche e con lo spessore di un sapere infinito, attirava alle sue lezioni i giovani, il filosofo che avvinceva gli studenti con le grandi visioni della vita e con i voli fantastici che spaziavano dalla poesia all’arte, dalla filosofia alla scienza.

A testimoniare oggi tanta grandezza e personalità sono rimasti i numerosissimi saggi da lui scritti. Sono a disposizione di chi è ancora scettico sull’uomo -scienziato, filosofo, linguista, letterato, filologo- De Lorenzo.